Addomesticare l’amore. Su LeiStyle di ottobre 2022.

È possibile addomesticare l’amore? Traghettarsi volontariamente in una condizione dell’animo? Il potente demone dell’amore, o il vento che spinge ad amare, altro non è che il fantasma nella rosa
dei venti, che si incendia all’improvviso e straccia le nostre vele; o si insinua come un respiro minimo – quando nasce; sembra quasi confermarci in una scia decisa e stabile, e poi invece gioca,
gioca come un pazzo, fino a esalare l’ultimo soffio in un filo che scompare. L’amore può mai generarsi da un’architettata combinazione di profili? Ci si può mai combinare, con la compiacenza
dei migliori strumenti della peggiore psicologia sociale, come ingredienti di una rigorosa preparazione di pasticceria? Nemmeno gli accordi famigliari, i tentativi di stringere alleanze nuove
o consolidarne di vecchie, oppure ancora gli interessi personali, possono avere potere sul canto dell’anima: “L’Anima tace sempre quando lo spirito (razionale, detto Animus n.d.r,) la guarda.
Allora Animus escogita un trucco e le fa credere di essere uscito. E a poco a poco Anima si rassicura, si crede sola e così, senza rumore, apre la porta al suo amante divino” (Paul Claudel).
Nei nostri deliri di controllo, i cuori di Cassie (Sofia Carson) e Luke (Nicholas Galitzine) possono iniziare a battere forte anche se si trovano legati a partire da una mera strategia, come in Purple hearts – film del 2022 diretto da Elizabeth Allen Rosenbaum.
Abbiamo talmente bisogno di amore che ci piacerebbe poterlo inventare. Plasmarlo dalla creta e infondergli la vita. Abbiamo talmente bisogno di un luogo per trovare salvezza dalle intemperie,
riposare, abbassare la guardia, che ci fingiamo un nido talmente riparato che nessuno lo ha mai visto e nessuno scoprirà mai.
Oppure forse esiste un incantesimo a cui abbiamo accesso come premio di una volontà animata da fede indistruttibile, grazie alla quale amare si può, se ci si comporta come se si amasse
veramente? E allora saranno consuetudine e famigliarità ad addomesticare quel vento capriccioso, che sbuffa come vuole?
C’è un vino friulano che – appena imbottigliato – quasi scoppia. Da qui il suo nome, Schioppettino.
Come se tra lui e il tappo, combinati insieme, non ci fosse che estraneità e repulsione. Ma al passaggio di un’estate, e poi ancora di altre estati, le sue acidità aspre e il suo viola sfuggente si
sublimano in un rosso granato, luminoso e pieno di armonia, caldo, avvolgente, finalmente in equilibrio.
Sarebbe inebriante avere lo stesso potere: “combinare gli elementi senza farli reagire. Ma gli uomini mai mi riuscì di capire, perché si combinassero attraverso l’amore. Affidando ad un gioco la gioia e il dolore.” (Fabrizio De André, Un chimico).

 

Due etichette da provare: Friuli Colli Orientali Sottozona Cialla DOC Schioppettino Ronchi di Cialla, Azienda Agricola Ronchi, 47 Via Cialla, Prepotto, Udine; Colli Orientali del Friuli DOC Schioppettino Bastianich (sì, c’entra il famoso Joe), via Darnazzacco 44/2, Gagliano, Cividale del Friuli, Udine.