L’orlo del bosco è stato pubblicato nella rubrica Last Page di Natural Style nel dicembre 2022.
Nel parco della casa di Marguerite Yourcenar – a Saint-Jans-Cappel, in Francia – ho incontrato un albero possente. A guardarlo dal basso, passandoci accanto, non sembrava potesse avere mai fine. La sua chioma, con l’aria mossa solo in alto dai respiri velati della sera, produceva un suono mai sentito prima, che saturava l’aria: un fruscio bianco e onnipotente invadeva i miei pensieri, le mie orecchie, e quelle di chi era con me. Potevamo solo ascoltare e arrenderci in un pieno sibilante di argenteria in cascata, stelle di vetro in frantumi infinitesimali, schiume bianche di onde senza fine che tornano indietro, ritrascinate dal mare… sssshhhhhhhshshshshshshshshhshsh. Una danza turbinante di foglie, cieca obbedienza all’aria. L’albero mi ha detto che per le foglie cadute ai suoi piedi, i miei passi separavano dalla terra il cielo. Questa è stata la prima volta che la voce di un albero mi abbia abitata.
Sono anche stata nei boschi della Norvegia, quelli attorno al villaggio di Bærums Verk, a nord di Oslo: la solitudine, i suoni smorzati dalla generosità del muschio. E l’apparizione come unica modalità di incontro con le cose vive, vegetali e animali. Per ascoltare la voce di un albero o per entrare nel bosco occorre un passaggio di luogo, dal verde brillante dell’erba, a quello cacciatore, di un’intensità selvatica e scura. Si tratta di attraversare un orlo. Entrare e uscire dal bosco è un passaggio di dimensione. Confine cromatico e sonoro. Di qua, planitudine e dolcezza; di là, presenze fitte e brevi, densità in disordine. Incantesimi di oscurità e avventura. Ignoto. L’orlo del bosco è una soglia. E di là da quella(*) , più di ogni altra cosa – alberi, alberi, alberi.
In Norvegia dispongono fronde di abete sulle soglie di casa per asciugare le calzature rese fradice dalla neve. Fronde custodi e sentinelle di una soglia, che accompagnano un passaggio, dove due dimensioni si compenetrano, quella dell’esterno selvaggio e freddo, e quella tiepida e addomesticata della casa. Ci sono poche occasioni per trapassare. Una di queste è il Natale. C’è una mezzanotte per entrare – limite orario che scocca e che divide due mondi, quello che è, da quello che desideriamo. La mezzanotte della Vigilia di Natale, notte che veglia, che sta sveglia – è questa soglia: notte della richiesta, che ci apre a noi stessi ma miracolosamente anche ad altro che alla nostra condizione, ci fa pensare alla possibilità dell’altro, di qualcos’altro. Membrana di tempo sottile e sbrecciata, dove poter compiere azioni misteriose e luminose come raccoglierci, concentrarci, ricordare, perdonare, chiedere, ricevere, sperare.
In questa notte sospesa, tutto è stellato di desideri. A Natale, portiamo un albero nell’intimo dei nostri spazi, non importa se coltivato, o addirittura finto. Lo rendiamo ricco con i doni e le luci. Attraverso di lui ci portiamo in casa il bosco e la sua voce, cioè il nostro cuore selvaggio e incontaminato, la nostra anima antica, inanellata in un tronco. La sua vitalità silenziosa, sempre pronta a rinascere, la sua fermezza, la sua natura custode e di sentinella. Gli alberi ci richiamano a noi stessi, occorre ascoltare. Il Natale di ogni anno contiene tutti i Natali passati, uno dentro l’altro, dal più vicino al più lontano, come gli anelli concentrici di un fusto d’abete.
Tanti anni fa, mia mamma ha comperato un pennello e tinte a smalto colorate. Poi, con azione netta, ha dipinto un albero su una parete bianca del soggiorno: un tronco, radici solo immaginate, una chioma raccolta, due o tre foglie in evidenza a stagliarsi sul resto del verde, un frutto rosso e un fiore giallo. Al momento, non riuscivo bene a decifrare la causa di quel dipinto. Ma ero certa che non si trattasse di una semplice decorazione. Quell’albero mi sembrava invece indicare che lì c’era una una soglia, e lui fosse il guardiano di un possibile passaggio. Da allora nelle nostre case c’è sempre un albero dipinto sulle pareti, e qualsiasi mano di tinteggiatura sia data negli anni, lo risparmia. È il nostro orlo del bosco – per ricordarci ciò che abbiamo di più palpitante e selvaggio. Con le sue radici e i suoi respiri nell’aria delle fronde, l’albero non ci permette di sfuggire a noi stessi e alle cose, ci comanda appartenenza e compassione. Occorre passargli di fianco, e anche senza volerlo, ascoltare.
(*) Da L’infinito di Giacomo Leopardi